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Editoriali

Juventus-Lazio, una risposta prima che un verdetto

Che fosse vittoria o sconfitta, sarebbe arrivata una risposta.

Profonda come il cammino che conduce ormai al termine l’ennesima annata bianconera, che proprio per la bellezza di essere la sesta consecutiva deve necessariamente diversificarsi dalle precedenti.

Il bello del calcio è anche riconoscersi pur rinnovandosi nel tempo, quello di non essere mai identici a noi stessi. Lo sono i calciatori, gli allenatori, e per l’appunto le annate che da essi ne derivano.

Un anno fa scrivevamo di come la dote della undicesima Coppa Italia non avesse ad ogni modo portato alla Juventus un conforto sul famoso piano del gioco. Quello che prima della statura di una squadra ne modella la postura di quello che di essa se ne scrive; sembravano dunque tutte vittorie sbiadenti, sofferte ma non per questo meno importanti, nella speranza di arrivare a togliere la pellicola ad uno schermo bianconero che ci pareva fin troppo bello per non essere toccato direttamente con mano.

Potremmo tranquillamente dire di essere finalmente passati dalla diatesi di tale discorso alla sua desinenza. La mappa del percorso l’abbiamo avuta sotto gli occhi: tutta la stagione corrente.

Andrebbe rivista, rianalizzata, a tratti goduta. E’ in essa che si è compiuto il passo richiesto, prima di tutto al mister. Indossando tante maschere per arrivare alla versione attuale, quella di una Juventus serenamente doma di se stessa che la difesa sia a quattro, a tre, o a due e mezzo.

Era essenzialmente la prima richiesta che si voleva si esaudisse, la conferma morale che ti porta a vedere una finale con occhi lucidi e non quasi lacrimanti di speranza.

La Juventus ha nettamente alzato il livello, il proprio. L’attualità vede ora in lei una squadra enorme.

Doveva essere questa la parafrasi della dodicesima Coppa Italia. E lo è stata.

Nel bollire di discorsi passati e futuri che necessitano sempre del condimento immediato, quello del presente. Quello che ti porta a vivere una settimana da dentro o fuori, anche se ormai ci sei con i piedi dentro e quasi sdraiato sulla poltrona.

Si pensava la Juventus avesse rimesso in discussione se stessa dopo i passi falsi in campionato, dei tre matchball mancati. Ignari del fatto che le singole partite che buttano via una stagione siano materia di altri.

Serviva Alex Sandro per ricordarlo, il suo cross per Daniel Alves, l’esultare assieme dicendosi a vicenda di essere fenomenali con la semplice imposizione delle mani. Servivano i titolari, in pratica.

Serviva anche un avversario, che questa volta fosse diretto e fisico, e non di rimando per altre partite. Serviva un palcoscenico, una finale, la Lazio, uno Strakosha che fosse Keylor Navas.

Juventus-Lazio poteva essere mille altre cose, prima di diventare l’antipasto verso il Crotone e l’anticamera di Cardiff.

Allegri doveva saperla tramutare in un esercizio proprio, ma sempre nel consueto rispetto dell’avversario. L’ha fatto, a tratti anche rischiando, senza porre eccessivamente mano ad un abito bianconero che con disinvoltura sa vestire anche la scollatura.

Dopo l’antipasto, occorre ora la prima portata. L’obiettivo primario, che in teoria andrebbe di regola servito prima del secondo. Ma questa Juventus ci ha dimostrato di poter tranquillamente essere eccezione di se stessa e del resto.

Quando una risposta viene prima di un verdetto.

 

Giornalista per aspirazione, editorialista per diletto. Da bambino non mi hanno regalato il piccolo chimico.

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