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Diciamocelo chiaramente, l’avventura di Massimiliano Allegri sulla panchina della Juventus, non era iniziata nel migliore dei modi. Dopo l’addio di Conte, causa ego ipertrofico e successivi attriti con la dirigenza (recentemente Agnelli ha detto “l’allenatore pensi soltanto ad allenare), e la conseguente trattativa fallita con Iturbe, poi approdato alla Roma con i crismi del fenomeno, “altro che quel brocco di Morata, l’ambiente bianconero sembrava distrutto, era a terra, disperato. Ed ora? Il ciclo è già finito? Siamo appena tornati a vincere, e già ci levano il giocattolo? Fatto sta che, Marotta Paratici, scelgono di consegnare le chiavi della panchina in maniera tempestiva al livornese ex Milan, scatenando la furia di (quasi) tutti.

Arriva il momento della conferenza stampa di presentazione e Max, con il suo proverbiale aplomb, dichiara “Lo scetticismo? Normale, capisco i tifosi, li conquisterò con il lavoro” e da uomo (prima che tecnico) intelligente qual è, prende in mano una squadra senza l’intenzione di snaturarla, ma di portarla, passo per passo, a giocare come vuole lui. Si parte dunque con il 3-5-2, “eh, ma è il modulo di Conte”, a lui non frega nulla, quella è la scelta, così ha deciso di iniziare a lavorare e così continua, spinto dalla forza delle sue idee, che superano anche l’immensa barriera elevata dai tifosi ad una velocità che i russi, a tirar su il Muro di Berlino, sembravano pivelli, a confronto.

Arriva il momento cruciale della stagione, la partita di Champions League contro l’Olympiakos, è dentro o fuori, non ci sono vie di mezzo, come disse Al Pacino in un celeberrimo film “Ora noi, o risorgiamo come squadra, op cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, fino alla disfatta” eh sì, proprio lo schema fece tutta la differenza del mondo, proprio lo schema scavò il solco tra la Juve di Conte Antonio e la Juve del Conte Max; Via il 3-5-2, si passa al 4-3-1-2, a centrocampo giocano tutti i big, davanti Tevez, se si va avanti, lo si fa a modo suo. Il resto, di quella partita, è storia, ormai: 1 a 0 targato Pirlo, 1-2 su due calci inattivi, poi Llorente propizia il pari e Pogba schianta i greci.

Si vince in Svezia, si pareggia in casa contro l’Atletico, ecco gli ottavi arrivare. “Ma se questa è la Juve europea agli ottavi ci fermiamo”. Mentre in campionato si va a gonfie vele, con un altro 3-2 in rimonta alla Roma che dà definitivamente l’inerzia della Serie A ai bianconeri (ah, a proposito, io ho ancora il batticuore rivedendo la prodezza di Bonucci), gli umori europei sono tutt’altro che positivi. Nyon, l’urna tira fuori il Borussia Dortmund “La solita fortuna di Allegri”, Tevez-Reus-Morata TorinoTevez-Morata-Tevez, in una partita sublime, sia tatticamente, che agonisticamente, che emozionalmente, al Signal Iduna Park. Giallo-neri schiantati, si va dal Monaco, che intanto elimina l’Arsenal. “Eh, vabbè, pure il Monaco, ma quanto culo c’hanno questi?!”. La Juve, nel frattempo ha già chiuso il campionato in ItaliaRomaNapoliMilanInter fuori dai giochi, in crisi, il passo dei tri-campioni non lo reggono, nonostante i proclami di luglio-agosto-settembre-ottobre. I bianconeri macinano gli avversari, vincono, convincono? A volte sì, altre meno, ma che importa, quello che conta sono i 3 punti, poi tanto è un percorso che serve a crescere per l’Europa che conta, sia mai che col Monaco passiamo? Sì, passiamo. 12 lunghi anni, la Juventus è in semifinale, di nuovo contro il Real Madrid. Prima dei due scontri diretti: “Il Real annienterà la Juve, salutate la Champions”, dopo i due scontri diretti: “ma avevano gli infortunati, e poi la traversa a Torino, ah, erano pure fuori forma”. Sì, la squadra di quello che doveva far fallire la Juve è in finale. I tifosi ripercorrono il cerchio che si è chiuso, 9 lunghi, lunghissimi anni di lacrime, sofferenza, sudore: dalla B, la serie, alla B, quella di Berlino; Dalla del Rimini, a quella del Real Madrid, dalla di Calciopoli, a quella della Champions League, la finale, di Champions League. “Si va a Berlino, chiudete le valige” . Non importa se la partita è contro il Barcellona dei 120 goal in stagione, quello di Messi-Suarez-Neymar, quello di Don Andres Iniesta. Si va là, dove conta, e nonostante Conte (scusate il gioco di parole), le contestazioni (ri-scusate), i calci e gli sputi a Max, noi ci siamo arrivati.

E’ un qualcosa di fenomenale, nel frattempo arriva il quarto titolo consecutivo, la decima Coppa Italia e la stella d’argento, Tevez è un trascinatore, il brocco, Morata, un ragazzino d’oro (proprio lui ha portato la banda-Allegri in finale), Marchisio ha compiuto la miglior stagione da quando gioca a pallone, Buffon sembra quello del 2006 (sperando che porti bene), la dirigenza è forte e compatta, al primo di giugno sono già in bianconero Dybala, Khedira, Neto, Rugani, Zaza e, forse, Berardi, con un altro paio di pedine, forse tre, da regalare ai tifosi.

La Juventus torna alla grande, un’annata del genere non si vedeva da 20 anni, ora però mancano 5 giorni all’evento più atteso (e insperato) da tutti. Quello che potrebbe trasformare una stagione storica, in una da Leggenda, la migliore in assoluto.

Inseguendo un sogno, sotto il cielo di Berlino, con in testa il 2006 e la famosa frase di Conte: “non si può mangiare, con 10 euro, in un ristorante da 100”.

Questo è tutto, ma proprio tutto, sperando di scrivere altri milioni di fiumi di parole su questa squadra e questo allenatore, dopo la finale di sabato sera.

Nato nella provincia di Terni il 20/04/1998, ama il calcio e la scrittura. Cerca di conciliare il tutto con una delle sue grandi passioni: la Juventus. È caporedattore di VoceBianconera.

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