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Editoriali

L’Italia deve ripartire: Juventus, pensaci tu

No13 novembre 2017. Alle 22.40 circa la Nazionale Italiana, guidata da Giampiero Ventura, pareggia 0-0 a San Siro, perdendo gli spareggi e l’accesso al mondiale di Russia 2018. Erano 60 anni che non succedeva una cosa simile. 60 lunghe primavere in cui le estati di tutti noi, ogni quattro anni, erano scandite da mare, amici e inno cantato a squargiacola, strade deserte tappezzate di tricolori. Tutti un po’ più vicini, tutti un po’ più stretti. Quello vissuto nella fatale notte di Milano è stato storico. Storico perché la prossima estate all’italiana tornerà tra 8 anni, intervallati dall’inverno qatariota. Storico perché segna la fine. L’anno zero. Il calendario calcistico della nostra nazione deve ripartire da qui.

Non solo è l’addio di uomini, prima che calciatori. BuffonBarzagli De Rossigli ultimi tre campioni del mondo di 12 anni fa, hanno detto addio, mettendoci la faccia, piangendo, in simbiosi con quasi tutti noi. Pianto meno assordante del silenzio di chi doveva spiegazioni a tutti noi, e che ha preferito l’oblio. Ha preferito non prendere posizione. Fautori e partecipi di uno psicodramma sportivo di proporzioni immense, che colpirà il paese anche sotto altri aspetti, economico in primis.

Melodramma a parte, ieri, 13 novembre 2017, è definitivamente esplosa la malattia che presentava suoi sintomi già negli anni scorsi, covando forse da un decennio. Frutto ammuffito e corrotto (nel senso etimologico del termine, guai a sospettare illazioni che non ho intenzione di avanzare) di un sistema malato, tenuto in vita dalla Juventus e poca altra roba. Già, proprio la Juventus. Due finali di Champions in 3 anni, la presidenza dell’ECA, i 6 titoli di fila. Non sono traguardi che avvengono per caso. Prima lo stadio di proprietà, poi la crescita e il miglioramento delle infrastrutture (vedasi Continassa), e per ultimo il nuovo marchio, che sta esplodendo a livello mondiale. L’Italia calcistica si è retta su questo, che le ha portato di nuovo 4 posti in Coppa dei Campioni. Un modello, come lo è stato in Germania il Bayern Monaco. Bavaresi presi ad esempio da tutti, perché faro di una rivoluzione totale e sostanziale.

Già, perché proprio la squadra di Andrea Agnelli è stata mosca bianca dinnanzi a un sistema allo sfascio, imploso sotto il peso della superficialità e dell’ignoranza (altro termine da prendere in senso etimologico) dei suoi vertici.

In riferimento alla germania, il processo tanto invocato di “italianizzazione” sarebbe il più grosso errore che potremmo fare. Vincoli inutili che frenerebbero il nostro sviluppo. La Germania può schierare all’incirca 3 nazionali competitive, piene di giocatori di origine non-teutonica (i vari Özil, Boateng, Rüdiger, Emre Can, Khedira) e la Bundesliga è competizione con una percentuale di stranieri superiore a quella della nostra Serie A. Il nostro problema nasce da lontano. Dalle giovanili, dai pulcini. C’è un sistema gerarchico che parte dai più piccoli, dai bambini di 6 anni, figlio della scuola sacchiana, totalmente da rifondare. Infrastrutture da costruire, insegnanti di calcio e di vita competenti da formare. Nei nostri settori giovanili conta più la vittoria della partita della domenica rispetto alla crescita tecnica e personale dei singoli non-ancora-atleti. Si cura la tattica più che le qualità, il talento. Una mentalità sbagliata e un limite per chi dovrebbe rappresentare il futuro. Non è forse la vittoria più bella, quella di sapere di aver contribuito costruttivamente nel far esordire un ragazzo in quella nazionale che oggi definiamo allo sfascio? Non è orgoglio, soddisfazione e obiettivo di chi forma un talento? Perché viene preferita la gloria personale? Nel resto del mondo questo lo sanno, lo hanno capito. Prima che allenatori di calcio, quelli che hanno in mano i ragazzini sono e-du-ca-to-ri. Spesso sbagliano, e quanti di noi lo hanno vissuto sulla propria pelle.

Serve un’avanguardia, qualcuno che lavori da anni per crescere, lasciando perdere l’ambiente che lo circonda. Tralasciando la mentalità sbagliata del famoso sistema. Questi può essere e deve essere la Juve, unica in Italia a percepire che un club diventa funzionale se tutto funziona. Ora si deve ripartire. Cambiare nella testa e costruire da domani con guide adeguate. Le lacrime di Buffon sono la fine di un’era. Noi OGGI siamo già futuro. Alziamoci, ri-alziamoci. Prendiamo in mano il nostro destino, guidati da una società disposta a farlo, e che spesso ha dato segnali di apertura in questo senso. Mettiamo da parte campanilismi, avversità politiche. Infiliamole nell’armadio al posto dei nostri scheletri, torniamo sani, torniamo vincenti, senza pensare che tagliare qualche straniero “in più” sia la soluzione di un problema che non c’entra assolutamente nulla (perché comprare ragazzi italiani formati male, è molto meno costoso ed impegnativo rispetto a comprare ragazzi stranieri di dubbie qualità; problema a sé, perché tutte le squadre italiane vorrebbero 11 giocatori della propria nazione capaci di renderle competitive al massimo, ma senza correggere l’errore di fondo, quello delle giovanili inadatte e inutili, ciò è impossibile).

Ci sarebbe tanto altro da dire. Le seconde squadre, i giovani che non giocano mai. Il tempo delle parole è però finito. Ora si lavora, ora servono i fatti. Avanti ragazzi!

Nato nella provincia di Terni il 20/04/1998, ama il calcio e la scrittura. Cerca di conciliare il tutto con una delle sue grandi passioni: la Juventus. È caporedattore di VoceBianconera.

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