Seguici sui social

Editoriali

L’uomo che insegnò il calcio all’Italia

Non c’è certezza, non c’è uniformità, il 2 (o 3) ottobre 1935 nacque, nel paese del fútbol, l’uomo che avrebbe insegnato il calcio a tutta Italia, intenta a giocare al pallone.

Sì, calcio e pallone, sport così affini quanto diversi. Enrique Omar Sívori era questo. Un dono il suo, principiatore di una stirpe reale che ha trasformato questo sport, il papà di Diego Maradona, il nonno di Lionel Messi.

Omar nacque in provincia. Non ricco, non agiato, come tutte le storie di pallone che si rispettino. Una condizione che – in generale – influisce sulla condizione umana, forgiando uomini che difficilmente diventeranno miti. Lui lo è stato, lui lo è.

Uno degli angeli dalla faccia pulita, il cabezòn. Iniziò, scherzo del destino, in un club che si chiamava Teatro. Lui lo spirito del teatro lo impersonava, era suo, il suo essere. Spietato, e poi una piuma. Selvaggio, e poi meraviglioso. Cambiava maschera, Sivori. Arrivò a Torino su segnalazione di Cesarini. La Juve lo comprò nel 1956 dal River Plate, e ne finanziò la costruzione del Monumental

259 presenze e 174 goal per lui. 8 anni nei quali insegnò tanto, e lasciò ancor di più. Lui era El Diez. Il primo, quello vero. Scusate l’irriverenza, Sivori è stato più di tutti, più di Platini, più di Del Piero. Lui era el gran zurdo, perché il suo sinistro era unico. Comandato da un intelletto superiore, e da un carattere indomabile. Faceva ciò che voleva, si allenava quando voleva, lo faceva come voleva. Ma in campo comandava lui. Prendeva la sfera, la faceva sua, saltava intere difese, saltava il portiere, si girava ed aspettava il suo ritorno per schernirlo ancora prima di depositare la palla in fondo al sacco. La sua era una sfida continua a tutto e tutti. Giocava con i calzettoni abbassati per sfida, provocazione. In un calcio maschio, duro “provate a prendermi”. Ogni marcatura una perla incastonata nella corona del monarca. Tutti si divertivano, gli avversari un po’ meno. Inventò il tunnel, l’umiliazione massima. Smise col calcio prematuramente. Lo fece perché – per giocare – era diventato troppo grande. Gli ultimi anni li trascorse a Napoli, e lasciò perché fu squalificato. Una delle sue tante reazioni, lui le prendeva e le dava. Sospensione comminata di 6 giornate, era ora di abdicare, anche se quelli come lui non lo fanno mai davvero.

Di Omar Sívori, l’italo-argentino (che dell’italo aveva preso molto poco), rimane la leggenda. La meraviglia negli occhi di quelli con qualche hanno in più, che grazie a lui hanno scoperto il fútbol. C’è un però. Si dice che il passato non ritorni, che ciò che è stato è stato. Nelle storie più belle non è così, e gli dèi del calcio ci hanno graziati. C’è un 10, è argentino, veste bianconero. Non ha quel carattere, ma in campo fa quel che vuole. Le movenze sono affini, la superiorità nella giocata anche. Vedono il calcio, ma lo vedono prima, lo vedono e lo plasmano. Due che sembrano attingere a un’energia extra-ordinaria proveniente da un’altra dimensione, prendendola e portandola nel loro regno, un rettangolo verde. Il segnale di guerra è il medesimo. Calzettoni abbassati, e si parte. Si corre e si disegna arte. Questo ragazzo si chiama Paulo Bruno Dybala, detto la joya, ed è quanto di più vicino a Omar sia mai passato da queste parti. Questo è il suo più bel ricordo, perché chi cambia la storia va amato e ricordato. Grazie Omar, grazie di tutto.

Nato nella provincia di Terni il 20/04/1998, ama il calcio e la scrittura. Cerca di conciliare il tutto con una delle sue grandi passioni: la Juventus. È caporedattore di VoceBianconera.

Esprimi la tua opinione

Esprimi la tua opinione

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Altri in Editoriali