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Al termine di un’amarezza poco chiara, col fiato ancora pronto ad esclamare l’ennesimo appunto verso una soluzione immutabile.
Una notte non troppo stellare, ma specchio della realtà dei fatti, quella secondo cui esiste sempre un vincitore ed un vinto, qualunque competizione essa sia.
Si tratta dell’ammissione di un’ardua accettazione dell’esito, ebbene la Juventus perde la finale di Champions League contro il Barcellona di Luis Enrique. Grandi squadre a contendersi il trofeo che vale il “triplete“, di cui solo una può avvalersi. Perché si, è la migliore a vincere, non esistono alibi.
Allora scorre il tempo a seguito di un’attesa interminabile, e lo fa come se non esistesse un domani, procede e consente di metabolizzare discretamente la mestizia di un risultato scoraggiante, cui non ci si può opporre.
Non il “Podemos” in prima pagina, né il timore da intervista di Neymar ad immergerci nell’illusione di poter davvero trionfare, ma la continuità di un impegno costante, della fede affamata, dell’orgoglio personale e collettivo; una cerchia di fattori da cui scaturiva il terremoto stesso di ciascuno degli animi bianconeri nei giorni precedenti al match, fino all’ultimo secondo di attesa.
Gente scapicollata a destra e a manca, biglietti esauriti e formazioni dubbie, poi gli infortuni e il rumore dei clacson ad invadere le orecchie, già pervase dal motivetto di Champions.
L’ampollosità del parlare televisivo e il recepimento di un clima diverso, più intenso, quasi alla luce di un tempo nuovo.
Una rinascita da afflizioni e demotivazioni appartenenti non ai nostri colori, non alle strisce delle nostre maglie, ma alla coscienza di chi ieri non ha potuto che tifare Barcellona, coerentemente con l’imperativo morale di quelli stessi secondo cui il sostenimento della grande Juventus è una vera e propria eresia. Ecco chi ha perso davvero.

La Coppa con le orecchie non è destinata ad essere frapposta a soggetti immeritevoli, quindi se c’è un motivo valido ad affrontare un 7 Giugno col sorriso stampato in volto, una sciarpa ancora legata al collo e la serenità di aver varcato una soglia presumibilmente inarrivabile, eccolo servito.
Nessun dispiacere è a conclusione di una sconfitta meritata e depositata ormai in bacheca, frutto dell’inferiorità tattica e formale che la squadra ha dimostrato rispetto ai vincitori, degni di un trofeo pregiato e all’altezza di una considerazione simile.
Il Barça non smentisce le capacità che l’hanno condotto all’apice dello stupore immagazzinando il triplete tanto desiderato, ma la Juve non è da meno, alla guida di un percorso turbolento e tanto soddisfacente.

“Proud of JU” coglie in pieno il punto cruciale del contrasto tra il lecito sconforto e la dovuta fierezza.
La Juventus riafferra le armi e torna in battaglia con un’esperienza in più, dettata dalla crescita strabiliante di una squadra storica.

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